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  • chiaracane68

I VINI NELLO SPAZIO

CAPIRE COSA SUCCEDE NELLO SPAZIO PER RISOLVERE I PROBLEMI SULLA TERRA

AL 15° FORUM INTERNAZIONALE DELLA CULTURA DEL VINO

FONDAZIONE ITALIANA SOMMELIER

DONATO LANATI: UNA NUOVA E RIVOLUZIONARIA FRONTIERA PER LA RICERCA SCIENTIFICA IN CAMPO ENOLOGICO

Capire cosa succede nello spazio per risolvere i problemi sulla Terra.

E’ partito da questo assunto, l’intervento dell’eno-scienziato Donato Lanati, nell’ambito del 15° Forum Internazionale della Cultura del Vino della Fondazione Italiana Sommelier svoltosi lunedì 4 luglio a Roma.


Per l’occasione, riflettori accesi su “Il vino nello spazio”, grazie al partenariato siglato tra l’Agenzia Spaziale Italiana e la stessa Fondazione Italiana Sommelier, per dare il via ad una nuova sperimentazione avanzata. Un tema di enorme interesse per una delle più importanti

Patrie del vino nel panorama internazionale qual è l’Italia.


Durante la mattinata, si è così tenuta la cerimonia di affidamento di tre varietà di vini e di barbatelle destinati alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).


Ad aprire i lavori, il Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Giorgio Saccoccia illustrando, in analogia con quanto avviene nel mondo del vino, come le attività spaziali siano un patrimonio unico del nostro Paese: un’area di eccellenza che fa distinguere l’Italia, i suoi ricercatori e le sue imprese nel mondo. Un campo in cui l’Italia sa innovare e guardare avanti ed è in grado di conquistare nuovi spazi e mercati. Ad illustrare il percorso dell’esplorazione e dell’utilizzo delle tecnologie spaziali per conoscere e proteggere il Pianeta Terra, rendendolo un luogo sostenibile, invece, è stato Massimo Claudio Comparini di Thales Alenia Space Italia.

Presente anche Franco Malerba, primo astronauta italiano e fondatore di Space V, start-up dedicata alla crescita di piante e vegetali nello spazio


Questo, un estratto dell’intervento di Lanati. - Il vino accompagna la nostra cultura da 8500 anni e ha saputo adattarsi ai cambiamenti di gusto e di stile. Oggi, andare nello spazio per fare ricerca è una delle imprese più affascinanti che l’uomo stia compiendo e, anche in questa circostanza, vite e vino non potevano che stargli accanto, per aiutarlo a studiare e a prevedere i cambiamenti che stanno avvenendo in natura.


Una ricerca davvero avanzata, tanto più, in presenza degli importanti cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo e che stanno influenzando anche la nostra tradizione enologica.


Infatti, con temperature che si avvicinano ai 35 °C (quindi 45-50 °C all’interno degli acini), da una parte, si registra un aumento della fotosintesi, con conseguente produzione elevata di zuccheri, mentre dall’altra si ha il crollo di acidità con l’aumento di pH . Sopra i 40 °C la fotosintesi viene bloccata e la pianta entra in stress. Si determina una conseguente ossidazione degli aromi, dei precursori dei profumi e dei tannini; quest’ultimi, quando ossidati, formano dei polimeri morbidi e poco reattivi che, una volta passati nel mosto e nel vino, avranno una limitata possibilità di reagire e di formare gruppi cromofori stabili con gli antociani. Tali polimeri dei tannini, in affinamento o in bottiglia, spesso, vanno incontro a dimerizzazione (spaccatura), che si esprimerà nel vino con un gusto secco e asciutto, certamente lontano dal percepito di qualità e di armonia.


Inoltre, occorre fare i conti anche con i consumi idrici e con le emissioni di CO2. Per ogni litro di vino prodotto la pianta evapora dai 350 ai 700 litri di acqua; mentre rispetto alla CO2, malgrado ogni ettaro di vigneto, in un anno, possa assorbirne anche 4 tonnellate, va considerato che ogni litro di vino di 12 gradi, che parte da 180 grammi di zucchero, ne produce 45 litri. Per raggiungere una migliore sostenibilità e necessario partire da una viticoltura di maggior precisione, che permetta di ridurre il numero dei trattamenti e di ottenere uve che assicurino qualità, luminosità/stabilità di colore e, soprattutto, longevità. Caratteristiche, fondamentali per il mercato, raggiungibili con piante che resistano agli stress di calore e idrici.


Nello spazio verranno, così, spediti vini di Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico di diverse annate, per comprendere quali reazioni verranno stimolate. Trattasi di varietà diverse tra di loro sia sotto l’aspetto degli antociani (bisostituiti come la Peonidina) sia del quadro aromatico e decisamente diverse da quelle considerate internazionali, come Merlot, Cabernet, Petit Verdot, varietà che hanno una forte componente di antociani trisostituiti e acilati molto stabili come la Malvidina.

In bottiglia, il vino non è mai statico. In esso continua una serie di reazioni, dall’idrolisi dei profumi alle reazioni accoppiate di riduzione e ossidazione e dalla polimerizzazione fino alla copolimerizzazione dei polifenoli. Là dove i giochi tra tannini e antociani non avessero raggiunto un equilibrio di stabilità in stadio di affinamento sarà, quindi, interessantissimo capire cosa succederà, di diverso, nello spazio.


Rispetto alle barbatelle (sempre di Nebbiolo, Sangiovese e Aglianico), invece, l’obiettivo è valutare come, in una condizione di microgravità e pressione dei campi magnetici, reagiscano nei confronti delle malattie fungine, come la Peronospora, o alle punture di insetti, come la Fillossera; ovvero, se saranno in grado di esprimere caratteri di resistenza nei confronti di tali parassiti.

Se questo avvenisse, potremmo iniziare ad utilizzare piante franche di piede, in grado di dialogare direttamente col territorio (che è la vera ricchezza della nostra enologia), senza più passare attraverso intermediari, quali, i portinnesti americani. Sarebbe una grande rivoluzione nel mondo della viticoltura. Lo posso confermare con certezza, avendo una decennale esperienza in Kazakistan a sull’altipiano del Karakemer (1000 slm), dove si coltivano piante franche di piede. Non dobbiamo dimenticare che le viti agiscono come una penna ottica in grado di leggere il paesaggio e che la loro vita biologica avviene per l’80% nel terreno, in un dialogo continuo con microrganismi attraverso le micorrize.

Infine, facendo fermentare il mosto nello spazio si potranno stimolare mutazioni nei lieviti e isolare quelli che hanno una più bassa resa in alcol e, per tanto, minor produzione di CO2. Un grande passo avanti, anche, in termini di sostenibilità da riprodurre sulla Terra.


Portare vino e vite nello spazio, dunque, rappresenta un’enorme opportunità per comprendere e risolvere alcune problematiche che si verificano sulla Terra.

Una frontiera nuova e rivoluzionaria per la ricerca scientifica.


Fubine, 05 luglio 2022